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Carla Mura: lavorare il filo di cotone su tela

In copertina: Studio Padova, fotografo: P. Braghetto

words: Costina Mocanu

Artverlaine ha avuto il piacere di incontrare Carla Mura (Cagliari, 1973), artista preziosa, che ha fatto del filo, un materiale duttile e raffinato, il suo tratto distintivo mediante la creazione di pattern cromatici complessi. Scopriamone di più.

Questo materiale, il filo di cotone, credo che sia una sintesi che mi permette di esprimere legami, allontanamenti, circuiti, sovrapposizioni, distanze, e tutto quello che concerne, in questi termini l’io e le relazioni umane


Chi è Carla Mura?

Una donna sensibile.

Descrivi la tua arte in tre parole.

Moderna, Realistica, Intima.

Cosa rappresenta per te il filo? Da cosa nasce questa passione?

È la mia doppia mano in una, è lo specchio del mio pensiero, è il mezzo del racconto della mia vita e del mondo letto, visto e interpretato da me. 

Una sorta di metafora di vita che esprimo con questo materiale così leggero ma allo stesso tempo resistente, così delicato ma forte, così malleabile, modificabile ma anche rigido. 

Nella tua bio dichiari rispetto ai fili che usi nella tua produzione artistica “[Carla]li inabissa sotto grovigli inestricabili di altri fili, quasi voglia contrastare l’ineluttabilità dell’atto estremo di Atropo e quindi la fine della vita.” Puoi raccontarci qualcosa in più dei tuoi lavori? Quali strumenti e tecniche prediligi nel tuo processo creativo? A cosa è dovuta la scelta dei colori? Cosa vuoi comunicare?

I miei lavori hanno metri e metri di fili sempre, hanno colori diversi che stanno da soli o si mescolano oppure, ancora, si affiancano ad altri a seconda della mia visione di una determinata cosa o di un determinato argomento o causa scelta. A volte non si può usare un colore diverso per esprimere un concetto unico, come se usassi il rosso o l’arancione per il fuoco, il concetto è questo. Certo la morte può essere vista sia con il nero che con il bianco ma anche con il blu o con il rosso, a seconda del significato che noi le diamo o di quale tipo di morte parliamo. Può esserci stata una morte traumatica, una morte di salvezza, una morte prevista, una morte lenta. Tutto questo, ogni singolo vivere lo esprimo con il colore, il mio colore, la mia visione reale dell’accaduto. C’è tragedia, c’è anche pace, c’è esperienza, c’è liberazione, c’è avventura, c’è amore, c’è dubbio, c’è coscienza.

Carla Mura, Griglia, filo di cotone su legno, 80 x 100 cm, 2010. Courtesy of the artist.

In quale misura e in che modo l’eredità culturale sarda ti ha formato come artista? 

Razionalmente non c’è stato influsso – probabilmente culturalmente, storicamente e visibilmente può essercene stato. Ho abitato a Cagliari sino ai 30 anni circa, dove le tessitrici non sono abitudine quotidiana da vedere, questo accade di più nei paesi dell’entroterra di Nuoro o Sassari. Non ho frequentato né laboratori con telai né visto, se non di passaggio, lavorare cestini o tappeti. Credo che la mia tecnica con il filo di cotone che utilizzo dal 2004 abbia una sorta di reminiscenza legata più al fatto che ho suonato uno strumento come l’organo elettronico per anni sin da bambina e quindi ci possa essere un legame con il costante movimento delle dita delle mie mani, ma niente di più. La Sardegna è una terra bellissima, molto profonda e intima, la sua natura e i suoi colori ti fanno nascere e crescere degli stati d’animo che ti tiene tutta la vita. 

Qual è l’opera che ti rappresenta più di tutte (tra quelle che hai creato)?

Sino a poco tempo fa sicuramente i miei quadri “Metropoli”, quindi le città viste secondo una prospettiva di movimento continuo, essendo io sempre in movimento come visione del mondo, costante evoluzione e riflessione sull’essere. Oggi, nel mio nuovo progetto non ancora esposto, credo che quello che vorrei per il mondo, una riflessione maggiore di tanti argomenti e problematiche mi si confaccia molto come moto del mio linguaggio artistico, anche per il futuro, ma ci sono arrivata con una graduale e costante maturazione personale e quindi artistica. Certo è che a me piace fare quadri, i quadri sono per me la giusta espressione del mio universo.

Come hai sviluppato la tua firma stilistica e come sei riuscita a far apprezzare la tua voce nel mondo dell’arte? 

È stato causale l’utilizzo del filo di cotone dopo anni di uso degli acrilico e altri materiali in una dimensione acrilico-materica e di astrazione. Questo materiale, il filo di cotone, credo che sia una sintesi che mi permette di esprimere legami, allontanamenti, circuiti, sovrapposizioni, distanze, e tutto quello che concerne, in questi termini l’io e le relazioni umane. Una sorta di metafora di vita che esprimo con questo materiale così leggero ma allo stesso tempo resistente, così delicato ma forte, così malleabile, modificabile ma anche rigido. Tantissime caratteristiche proprie dell’essere e del mondo come specchio dell’umano e non, argomenti che mi hanno sempre affascinato in psicologia e scienza e fisica e che studio costantemente.

Qualə artistə hanno influenzato la tua arte? E qualə artistə contemporanei apprezzi particolarmente? 

Avendo viaggiato e visitato molti musei, tanti sono gli artisti che mi hanno emozionato e che io amo tuttora. L’influenza è sicuramente inconscia, non diretta, perché io ho sempre fatto di testa mia, sicuramente. Artisti come Pollock, Kahlo, Picasso, Mondrian, Vasarely, Leonardo, Caravaggio, Rama, O’Keefee, Giotto, Schifano, Fontana, Burri, Warhol, De Lempicka, ma potrei citarne veramente tanti tanti tanti, tutti diversi ovviamente ma tutti fondamentali per tutti. La sensibilità di ognuno di loro affascina e da delle emozioni diverse, nell’essenza e nella diversità periodica, quindi del tempo, di ognuno di noi. 

Gli artisti contemporanei hanno tra loro molta diversità, in alcuni noto ci sia ancora una ricerca, in altri uno sviluppo costante, ne seguo molto e ne stimo molti, sia italiani che internazionali. Kiki Smith, Damien Hirst, Banksy, Sarah Morris, Cattelan, lo stesso Koons, Nicola Samorì, Jan Fabre, Emillio Isgrò, Giulio Paolini, Marinella Senatore, la stessa Marina Abramovich che è ovviamente un’icona nella performance art; quest’anno ci ha lasciato Boltanski che a me piaceva moltissimo, Opalka, ed altri; spero che anche qualche artista italiano farà il mio nome e sempre molto bello essere apprezzati dai “colleghi” in arte. 

Quale consiglio daresti alla giovane “te stessa”?

Il consiglio è di lavorare molto, di studiare molto, di approfondire qualunque tipo di argomento, sia psicologia, scienza, fisica, politica, natura, mondo, nella sua totalità: l’aspetto umano è fondamentale, cosa dice il nostro corpo, cosa ci chiede il nostro cervello, qualunque cosa è importante. Soprattutto, seguire il proprio istinto mentale e relazionale – noi saremo comunque contente di aver seguito la nostra più intima natura. 

Raccontaci i tuoi piani per il resto di quest’anno e oltre. 

Quest’anno e in particolare in questo momento, da qualche mese, sto lavorando a un nuovo progetto, ancora oggi in fase di realizzazione ed elaborazione – sono a poco più della metà e della meta, conto di terminarlo i primi di settembre per poi presentarlo al pubblico. Non voglio ancora dire niente di più, è in fase di evoluzione continua.

Avrò successivamente la visione del mio lavoro da parte di un curatore d’arte e poi l’esposizione dell’opera finita. Certo è che a me piace fare quadri, i quadri sono per me la giusta espressione del mio universo. 

Carla Mura. Courtesy of the artist.

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