Sofonisba Anguissola, l’eccellente ritrattista

words: Caterina Magarelli Annoscia

«nessuno ci saprà mai dire che cosa avrebbe potuto diventare una bambina se non avesse trovato sul cammino del suo sviluppo tanti insormontabili ostacoli posti lì esclusivamente a causa del suo sesso.»

Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine (1973)

Quanta verità in queste parole! Se oggi possiamo ammirare le opere di questa minuta ragazza cremonese, quasi sicuramente lo dobbiamo a un padre ‘illuminato’ che, nonostante i rigidi ruoli imposti dalla società cinquecentesca, cercò di rimuovere alcuni di questi ostacoli, consentendo alle sue sei figlie di studiare e partecipare attivamente alla vita culturale di Cremona, esattamente come per il suo unico figlio maschio. Insieme ad Artemisia Gentileschi e Rosalba Carriera, Sofonisba Anguissola è considerata una delle più importanti pittrici della storia dell’arte.

Gli inizi

Sofonisba Anguissola nasce a Cremona il 2 febbraio del 1532, primogenita di una numerosa famiglia aristocratica, da Amilcare Anguissola e Bianca Ponzoni. Nonostante la posizione di prestigio, le condizioni economiche della famiglia non erano eccellenti: c’erano ben sei ragazze da sposare! A quei tempi la dote di una figlia era piuttosto impegnativa e forse anche per questo il padre di Sofonisba la spinge a fare della sua passione una possibile fonte di guadagno, anche se in realtà, essendo una donna, quasi mai fu pagata con denari, ma piuttosto con doni e rendite. 

Sofonisba, assieme a sua sorella Elena, trascorse tre anni presso la casa del pittore lombardo Bernardino Campi, che le insegnò soprattutto le tecniche della ritrattistica. Non si conoscono altri esempi di donne alle quali sia stata data la possibilità di vivere a casa di un altro uomo, al solo scopo di poter coltivare le proprie passioni. Anche in questo caso il padre Amilcare si rivelò decisamente progressista per quei tempi. La sorella Elena si ritirerà poi a vita monastica, forse non totalmente per libera scelta, come tradiscono i suoi occhi malinconici che Sofonisba coglie in Ritratto di Elena Anguissola (1551, Fig.1).

I lavori giovanili

Già dai primissimi lavori non ci sono dubbi sull’incredibile talento di Sofonisba, che riesce a svelare la personalità dei soggetti che dipinge. Gli autoritratti colgono la sua natura pacata e al tempo stesso la sua determinazione, come in Autoritratto (1554, Fig. 2) Autoritratto al cavalletto (ca. 1556, Fig. 3). Sono i lavori giovanili a essere i più sorprendenti. Ha solo 23 anni quando dipinge Partita a scacchi (Fig. 4-5), così Giorgio Vasari (1511-1574) nel suo libro Le Vite, scrive di questo quadro dopo la sua visita presso la famiglia Anguissola:

 «dico di aver veduto quest’anno in Cremona, in casa di suo padre e in un quadro fatto con molta diligenza, ritrarre tre sue sorelle, in atto di giocare a scacchi, e con esse loro una vecchia donna di casa, con tanta diligenza e prontezza, che paiono vive, e che non manchi loro altro che la parola».[1]

Il dipinto raffigura tre sorelle della pittrice, Lucia, Minerva ed Europa e la loro fedele governante. Le tre ragazze sono impegnate in una partita a scacchi, gioco che all’epoca era esclusivo del mondo maschile e precluso alle donne, ritenute incapaci di razionalità.[2] Nella composizione del ritratto l’artista sembra voler costruire un vero e proprio racconto, caratteristica che l’allontana dalle formule tipiche del ritratto manierista, che invece tende a isolare i soggetti anche dal contesto paesaggistico, ma mantiene il vibrante realismo di gusto lombardo. In questa scena di genere, vediamo Lucia che rivolge lo sguardo all’osservatore, con una espressione visibilmente soddisfatta di chi ha appena compiuto la mossa vincente, Minerva alza la mano, probabilmente in segno di resa, mentre la piccola Europa sorride per la débâcle della sorella. La presenza della domestica rivela il rapporto affettivo che legava Sofonisba alla donna, confermando la sua profonda umanità e sensibilità. Gli sguardi delle quattro donne si cercano senza mai incrociarsi, ciononostante è percepibile una complicità tutta al femminile. Sullo sfondo un paesaggio che richiama quelli fiamminghi.  

L’amore per la famiglia

Qualche anno dopo, ritrae sua madre in Ritratto di Bianca Ponzoni Anguissola (1557, Fig. 6) riuscendo a cogliere la fierezza dello sguardo di una donna consapevole di aver raggiunto un’ottima posizione sociale. In Ritratto di famiglia Anguissola (1558, Fig. 7), invece, l’artista rivela il profondo amore per suo padre e per la sua famiglia. Il padre Amilcare, il fratello Asdrubale e la sorella Minerva, sono dipinti in modo intimo e affettuoso sia nei volti che nei gesti amorevoli.

Sofonisba ricevette apprezzamenti anche da Michelangelo Buonarroti (1475-1564), il quale rimase particolarmente colpito dal disegno a carboncino, Fanciullo morso da un gambero (1554, Fig. 8) in cui aveva ritratto l’espressione di dolore di suo fratello proprio nel momento in cui viene morso dal crostaceo. Qualche anno più tardi questo disegno sarebbe stato, con molta probabilità, fonte d’ispirazione per Caravaggio (1571 – 1610) per il suo Ragazzo morso da un ramarro (1596). Questa sua ricerca, specie nei disegni, nel voler fermare sulla tela un’emozione, fosse essa di dolore o di gioia, rende Sofonisba un’antesignana della pittura caravaggesca.  

I lavori a corte

Sofonisba divenne una ritrattista di spicco nelle più importanti corti italiane e soggiornò per qualche tempo a Piacenza, prendendo lezioni dal famoso miniaturista Giulio Clovio (1498-1578). Per ringrazialo di così tanta cortesia ricevuta, la pittrice lo volle ritrarre in un bellissimo dipinto, Ritratto di Giulio Clovio (ca. 1556, Fig. 9) che anticipa l’uso del chiaroscuro che sarà tanto caro a Caravaggio. È soprattutto la capacità nel trasferire sulla tela i pensieri più intimi dei suoi soggetti a distinguerla dagli altri protagonisti dell’arte. A questo proposito, un esempio particolarmente interessante è il Ritratto di Massimiliano Stampa II (1558, Fig. 10): gli occhi smarriti del giovanissimo fanciullo, che a soli nove anni successe a suo padre morto prematuramente, svelano tutta l’angoscia per il futuro.

Quando Sofonisba compì ventisette anni, il re Filippo II di Spagna (1527-1598) la volle a corte come dama d’onore dell’appena quattordicenne regina Elisabetta di Valois (1545-1568), sua promessa sposa. Purtroppo, la regina morì di parto lasciando sole le sue figlie più grandi, Isabella e Caterina, di cui Sofonisba si prese amorevolmente cura per diversi anni, probabilmente anche per colmare il suo desiderio di maternità. La pittrice le ritrae rigide nei loro abiti imposti a quel tempo anche alle bambine ed è quasi impossibile non cogliere il pallore del viso e la tristezza nei loro occhi per la morte della madre in Infante Isabella Clara Eugenia e Caterina Michela (1569).

Gli amori

All’età di circa quarant’anni la corte spagnola, per ringraziarla di così tanto affetto, le assegnò una cospicua dote e questo le permise di sposarsi per procura con il nobile siciliano Fabrizio Moncada (1535-1578), fratello del viceré di Sicilia. La pittrice si trasferì quindi a Palermo. Il marito era soprattutto interessato alla dote di Sofonisba. Mentre tentava di raggiungere la corte di Spagna, viaggio che aveva voluto intraprendere per sollecitare i pagamenti della dote di sua moglie, che tardavano ad arrivare, Fabrizio fu vittima dei pirati e quindi il matrimonio si concluse dopo solo cinque anni.

Dopo la morte del marito, Sofonisba decise di tornare dalla sua famiglia, ma durante il viaggio in mare conobbe il giovane capitano genovese Orazio Lomellini (1547-sconosciuto), vedovo e con un figlio. L’artista accettò la proposta di matrimonio contro il volere della famiglia, perché Orazio non aveva un rango al pari del suo, ma lei aveva intuito che quell’uomo si sarebbe preso cura di lei con infinita tenerezza, così come di fatto avvenne. Si traferì quindi a Genova dove rimase per trentacinque anni, continuando a dipingere i ritratti di personaggi di corte in visita nella città ligure, come Ritratto di Alessandro Farnese (1560) nipote di Papa Paolo III Farnese. Il quadro, che ritrae il giovane in tutta la sua bellezza, le è stato attribuito solo nel 1989, grazie alla storica dell’arte Maria Kusche (n.1928).

Gli ultimi anni

Ormai ottantenne, Sofonisba tornò a Palermo a seguito di alcuni incarichi di suo marito e lì continuò a dipingere fino a quando non le fu impedito dal progressivo calo della vista. Un giovane talentuoso di origini fiamminghe, era succeduto alla corte spagnola come ritrattista, era Antoon Van Dyck (1599-1641), che durante il suo tour italiano non poteva certo lasciarsi scappare l’occasione di conoscere una icona del ritratto. Fu così che nella tarda e afosa estate palermitana del 1624, fece visita a questa Sofonisba novantaduenne, che ormai vedeva poco, ma era ancora lucidissima, come testimoniato da Van Dyck sul suo diario:

“… ancora contò parte della vita di essa, per la quale si conobbe essere pittora de natura et miracolosa et la pena magiore che hebbe era per un mancamento di vista de non poter più dipingere.”[3]

Mentre Van Dyck la ritrae, lei, che era una donna di spirito, gli chiese di non riprenderla dall’alto, così da non rendere le rughe troppo evidenti!

Sofonisba morì l’anno dopo l’incontro con Van Dyck e fu sepolta a Palermo, dove riposa ancora. Nel centenario della sua nascita, suo marito Orazio fece scrivere sulla tomba:

“Alla moglie Sofonisba, del nobile casato degli Anguissola, posta tra le donne illustri del mondo per la bellezza, straordinarie doti di natura, e tanto insigne nel ritrarre le immagini umane che nessuno del suo tempo potè esserle pari, Orazio Lomellini, colpito da immenso dolore, pose questo estremo segno di onore, esiguo per tale donna, ma il massimo per i comuni mortali”.[4]

Sofonisba è stata davvero una donna e artista straordinaria che ha condotto la sua silenziosa battaglia per poter fare quello per cui era nata: dipingere! I suoi ritratti non sono mere rappresentazioni, la sua incredibile abilità nel dipingere i dettagli non le ha impedito di andare oltre, cogliendo la personalità dei suoi soggetti, le loro paure, i dolori, le aspettative e le gioie, come solo una sensibilità femminile può fare. Sofonisba riuscì a distinguersi dal coro delle artiste a lei contemporanee per essersi specializzata nel ritrarre la figura umana, soprattutto femminile, dotata di forza.[5]


Riferimenti bibliografici

Brown, Christopher. Van Dyck, 1599-1641. Milano: Rizzoli, 1999.

De Angelis, Adriana. “Quella Sublime capacità di fissare un attimo insignificante. Sofonisba Anguissola e il ritratto femminile nel Rinascimento.” In La donna nel Rinascimento: Amore, famiglia, cultura, potere. Atti del XXIX Convegno internazionale. Chianciano Terme/ Montepulciano: 20-22 luglio 2017.

Maccabelli, Anna e Carolina Ghilardi. “Sofonisba Anguissola”. In Enciclopedia delle Donnehttp://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/sofonisba-anguissola/. Ultima consultazione lunedì 7 marzo 2022.

Romanini, Angiola Maria. “Anguissola, Sofonisba.” In Treccani Enciclopedia, Dizionario Biografico degli italiani, Volume III (1961). https://www.treccani.it/enciclopedia/sofonisba-anguissola_(Dizionario-Biografico)/. Ultima consultazione lunedì 7 marzo 2022. 

Vasari, Giorgio. Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti. Edito da Guglielmo della Valle, Volume 8. Oxford: Oxford University, 1798.


Note a piè di pagina

[1]                Giorgio Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, edito da Guglielmo della Valle, Volume 8 (Siena, Oxford University, 1798), 362.

[2]           Adriana De Angelis “Quella Sublime capacità di fissare un attimo insignificante. Sofonisba Anguissola e il ritratto femminile nel Rinascimento,” In La donna nel Rinascimento: Amore, famiglia, cultura, potere. Atti del XXIX Convegno internazionale (Chianciano Terme/ Montepulciano: 20-22 luglio 2017), 451.

[3]                Christopher Brown, Van Dyck, 1599-1641 (Milano: Rizzoli, 1999), 23.

[4]                De Angelis 2017, 451.

[5]                De Angelis 2017, 453.

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